Manciù, l’ultimo Imperatore 2012, gennaio 5
Posted by Narelen in Cultura.Tags: Casa dei Carraresi, Impressioni, Manciù, Mostre, Treviso
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Ultima di una serie di quattro mostre dedicate alla storia della Cina e del suo percorso non solo come paese in se stesso ma anche come potenza che si è relazionata a diverse realtà, Manciù, l’ultimo Imperatore è in un certo senso la fine di un viaggio attraverso i secoli lungo la Via della Seta.
Si inizia con la sezione dedicata all’esercito, in una sala in cui sono esposte con effetto molto suggestivo, otto armature – vesti di altrettanti colori, allineate in due file di fronte all’armatura dell’Imperatore, tutta dorata, che pare stia ancora arringando le sue truppe. Si passa quindi alle armi, con l’esposizione di due archi appartenuti ad imperatori e relative frecce, splendide spade e pugnali con impugnature in giada e una sala che ospita, oltre agli stendardi che segnalavano la presenza dell’Imperatore durante i movimenti delle truppe, una sella e dei finimenti di squisita fattura, dipinta dal più famoso pittore cinese del Settecento, ovvero un italiano, che si incontrerà più avanti nel percorso.
Si ammirano quindi le vesti di corte, di tessuti riccamente decorati e belle da togliere il fiato nel loro sfarzo: nella stessa sala sono esposte decorazioni per le capigliature finemente lavorate, una collana di smeraldi e ornamenti per cinture. Curiose a vedersi un paio di scarpine per i “gigli dorati” e un paio di scarpe con una sorta di zeppa di una concubina, poste le une accanto alle altre per far comprendere la differenza di usi tra le donne manciù, che non seguivano l’usanza dei piedi rattrappiti per bellezza e le tradizioni prettamente cinesi. C’è anche il cappello dell’imperatrice.
Un’altra sala presenta degli oggetti particolari, i Ruyi, degli scettri che possedeva l’Imperatore in diversi materiali, dalla giada bianca che era suo esclusivo appannaggio sino ad altri materiali pregiati, e che gli venivano anche regalati da suoi sottoposti come oggetti d’arte da ammirare.
Interessanti a vedersi e per la prima volta esposti al pubblico sono gli oggetti di uso quotidiano dell’Imperatore, pezzi che normalmente non è possibile vedere nemmeno nel museo della Città Proibita. Si tratta di un catino per il lavaggio delle mani, di un curioso frigorifero, ovvero una grande cassa decorata in cui veniva stipato il ghiaccio che poi fuoriusciva in fumo fresco da delle apposite aperture, e oggetti da tavola come delle marmitte in argento, una tazza in giada bianca dalla lavorazione curatissima e delicata e due contenitori per le bevande, nello specifico latte di giumenta mescolato a tè.
Vi sono poi delle splendide sale dedicate alle collezioni dell’Imperatrice Cixi, donna che si è lasciata alle spalle una certa leggenda nera: stoffe decorate, pannelli con gioiose scene di festa, paraventi, orologi che nonostante la xenofobia l’Imperatrice volle collezionare, vassoi e contenitori per gioielli in lacca dalle decorazioni minute e precisissime. Vi è poi un tavolo con il piano decorato secondo la tecnica cloisonné, molto praticata e amata, che veniva usato dall’Imperatore come tavolo da scrittura: ai suoi piedi sono esposti alcuni degli strumenti necessari: un pennello, una pietra da inchiostro e uno splendido poggiapennelli che raffigura le cinque montagne sacre della Cina.
Interessante la scelta di vasi e vassoi, sempre parte dell’immensa collezione dell’Imperatrice Cixi, ognuno esempio di uno stile diverso per forme e colori, caratteristiche che stanno ad indicare l’appartenenza al periodo di un determinato Imperatore. Le decorazioni con animali mitici e non, fiori e frutta sono deliziose da osservare.
Una sezione viene dedicata anche alla tecnica cloisonné, l’applicazione di smalto ad oggetti in bronzo o altri materiali che vengono rivestiti da delle cellette sulle quali lo smalto colato si solidifica creando una superficie colorata lucida e vivida, in seguito alla cottura. Una tecnica applicata a vasi ma anche ad altri oggetti, come le graziose statue votive dedicate ad una dea che si possono vedere nella sala.
Altra sezione viene dedicata alla pittura, e qui si finisce per scoprire con una certa curiosità che uno dei pittori più amati è stato un italiano, Giuseppe Castiglione, gesuita vissuto per gran parte della sua vita in Cina, rispondendo alla richiesta dell’Imperatore che desiderava importare la prospettiva occidentale ma che con la sua esperienza finì per fondere le sue tecniche con la visione cinese. Nello specifico sono esposte un rotolo con un vaso di fiori, ancora molto barocco nello stile, e una scena di caccia che invece presenta già più affinità con la tradizione cinese. Un ennesimo esempio di come nella storia della Cina vi siano legami con il nostro paese, legami che hanno a che fare con lo scambio di conoscenze e cultura.
Interessanti i ritratti di Imperatori e membri della famiglia imperiale e il lungo rotolo con scene di visite dell’Imperatore nelle province meridionali, opera di cui sono esposti solo cinque metri alla volta, per via delle direttive del museo della Città Proibita atte a preservare le delicate opere (vi sono diversi oggetti nella mostra che vengono esposti a rotazione, in quanto possono essere esposti solo per tre mesi). Completano la sala sulla pittura delle opere dell’Imperatrice Cixi, fiori e piante accompagnate da poesie, che mostrano un lato delicato di questa donna ritenuta terribile.
Si passa quindi al periodo di declino del Celeste Impero, con le ingerenze degli occidentali e la tragedia delle guerre dell’oppio e della rivolta dei Boxer. Sono esposti giornali italiani dell’epoca e foto prese dai ricordi dell’ambasciatore italiano che all’epoca si trovava in Cina.
Infine, la sala che raccoglie gli effetti personali più significativi di Pu Yi, l’ultimo Imperatore, in un percorso che andando a ritroso lo vede con le vesti di semplice cittadino, esposte insieme alla sua carta d’identità, alla tessera elettorale, a dei fogli con una lettera indirizzata al nipote, all’orologio da taschino e al semplice sigillo personale in pietra.
La seconda vetrina mostra la divisa da carcerato e gli oggetti della prigionia, con il numero che gli era stato assegnato e lo identificava stampigliato anche sulla tazza e sul piatto. Insieme a questi, i sigilli imperiali e la borsa con doppio fondo nella quale Pu Yi tentò di nasconderli insieme ad alcuni gioielli, quale ultimo legame con quello che era stato.
Un giradischi, una racchetta da tennis, una macchina da scrivere, telefono e radio rappresentano lo spensierato periodo in cui l’Imperatore, con grande scandalo, seguiva le mode occidentali.
E’ stato davvero emozionante vedere esposti questi oggetti, contornati dalle foto della vita dell’Imperatore costretto a diventare semplice cittadino: è stato come sbirciare nell’intimo di un vissuto iniziato come esistenza straordinaria, passato per l’esperienza della prigionia e finito in una forzata normalità.
A sorpresa, dopo questa stanza che testimonia la fine di un’era, si trova la sala che ospita il trono imperiale, contornato dagli straordinari arredamenti che ornavano l’ambiente in cui il trono si trovava. E’ una visione da mozzare il fiato, oltre all’emozione di poter avere la possibilità di stare dinanzi al trono in cui sedevano gli Imperatori Manciù. C’è un’aria sacrale e al tempo stesso l’impressione di essere degli intrusi giunti in punta di piedi a sbirciare la magnificienza protetti dal buio.
Dopo questa esperienza, si trova una sala dedicata al film di Bertolucci “L’ultimo Imperatore”, con foto di scena ed oggetti relativi ad altri momenti di vita di Pu Yi, ben descritti nella pellicola: le vesti del matrimonio, gli occhiali che portava da bambino, la treccia tagliata, le vesti infantili con i calzari, la scatolina per il grillo da combattimento.
Un quadro raffigurante il bambino Pu Yi in vesti imperiali che osserva lo stendersi dei corridoi della Città Proibita conclude la mostra, insieme ad una toccante immagine di Pu Yi e una sua frase che fa riflettere su quanto ha perduto e sulla possibilità per un uomo di poter mai tornare ad essere quello che è stato, anche imperatore.
Nel complesso è stata davvero una mostra bella e soddisfacente: molti oggetti sono stati esposti per la prima volta e normalmente non è possibile vederli in quanto facevano parte della quotidianità – o dell’estrema sacralità, come nel caso del trono – degli Imperatori, e ci si sente davvero privilegiati nel poterli ammirare. Conclude il percorso delle altre tre mostre offrendo un’ideale panoramica sulla storia della Cina, con uno sguardo oggettivo e curioso, attento alla bellezza degli oggetti e alla loro collocazione nel contesto di cui fecero parte.
Tra le quattro, quest’ultima è quella che preferisco, sia per la bellezza degli oggetti esposti sia per l’aura malinconica che la caratterizza, vista la sua conclusione con una dimensione del tutto umana che in un certo senso somiglia alla fine di un lungo sogno su un Celeste Impero.
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