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Magia delle parole

In questa pagina raccolgo parti di romanzi e libri che mi sono rimaste particolarmente impresse. A volte, quando si legge, capita di doversi fermare, posare il libro e riflettere sulla bellezza di qualcosa che si è appena letto. Per poi riprendere il libro, rileggere la frase e rendersi conto che davvero ci si trova di fronte ad un dono che lo scrittore ha fatto al lettore, magari senza rendersene conto.

Certo, per apprezzarle pienamente sarebbe necessario leggere interamente il testo di cui fanno parte, ma ugualmente spero che la loro suggestione possa incuriosirvi e farvi pensare di leggere il libro da cui sono tratte.

Intanto, ecco una lista dei romanzi da cui sono tratte le citazioni che seguiranno, elenco in costante aggiornamento:

  • Paul Bowles, Il té nel deserto
  • Alan Spence, Terra Pura
  • Murakami Haruki, La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie
  • James Joyce, Ulysses
  • Hermann Hesse, Peter Camenzind
  • J.R.R. Tolkien, La Compagnia dell’Anello
  • Dale Furutani, Vendetta al palazzo di giada
  • James Joyce, Gente di Dublino
  • Emily Brontë, Wuthering Heights
  • Philip Ridley, Fenicotteri in Orbita
  • Banana Yoshimoto, Tsugumi
  • Banana Yoshimoto, Lucertola
  • Sakaguchi Ango Sotto la foresta di ciliegi in fiore
  • Kawabata Yasunari Luna d’acqua
  • Poul Anderson L’ultimo canto delle sirene
  • Robert E. Howard Ombre Rosse
  • John Burnham Schwartz Una ragazza comune
  • Will Ferguson Autostop con Buddha
  • Brendan O’ Carroll Agnes Browne nonna
  • Edward Rutherford I Principi d’Irlanda

- Sai – disse Port, e la sua voce suonò irreale, com’è facile che accada alle voci dopo una lunga pausa in un luogo estremamente silenzioso, – il cielo qui è molto strano. Spesso, quando lo guardo, ho la sensazione come di una cosa solida, lassù, che ci protegga da quello che c’è dietro -

Kit rabbrividì lievemente nel ripetere: – Da quello che c’è dietro? -

- Sì.-

- Ma cosa c’è, dietro? – La sua voce era fievole fievole.

- Niente, credo. Soltanto oscurità. Notte assoluta.-

Paul Bowles, Il té nel deserto

Doveva essere scivolato nel sonno. Quando si svegliò nel mezzo della notte, vide Maki seduta sul bordo del materasso. Aveva i capelli scompigliati dal loro fare all’amore, si era messa uno yukata di cotone attorno alle spalle, e stava lì a guardarlo, in un modo che lui non aveva mai visto prima, si limitava a guardare, gli occhi assenti e tristi.

- Maki – disse, sopraffatto da una sorta di tenerezza – Che c’è? -

- Non c’è niente – rispose.

- Niente? -

- Sentimento – disse lei – Non c’è una parola inglese per questo. Chotto monoganashii.-

- Chotto vuol dire piccolo? -

- Hai – rispose – Monoganashii è…difficile da dire. Significa una specie di tristezza che il tempo passa, le cose cambiano.-

- Tutto scorre – disse lui.

- Non conosco questa parola – rispose – Ma suona bene -

- Una tristezza perchè tutto scorre via -

- Piccolo sentimento triste -

- Chotto monoganashii? -

- Hai -

- Chotto monoganashii.-

Alan Spence, Terra Pura

- Però, se non c’è l’amore, il mondo è come se non esistesse, – disse la ragazza grassa. – Un mondo senza amore è come il vento che soffia fuori dalla finestra. Non lo si può sentire sulle mani, non se ne percepisce l’odore. Lei può comperare tutte le donne che vuole, andare a letto con tutte le ragazze di passaggio che le pare, ma non sono cose vere. Non c’è nessuno che la possa tenere stretto tra le braccia.-

Murakami Haruki, La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie

- Quale spettacolo si presentò loro quando essi, dapprima il padrone di casa, poi l’ospite, emersero in silenzio, doppiamente oscuri, dall’oscurità attraverso il passaggio sul retro della casa nella penombra del giardino?

L’albero celeste delle stelle carico di umidi frutti nottazzurri (The heaventree of stars hung with humid nightblue fruit)

James Joyce, Ulysses

Gli agghiaccianti dirupi e le pareti rocciose parlavano, testardi e rispettosi, dei tempi di cui sono figli e dei quali recano le stimmate. Parlavano dei tempi in cui la terra si spaccò e si curvò, e dal suo corpo martoriato uscirono tra gli stenti tormentosi del parto vette e creste di monti.

Hermann Hesse, Peter Camenzind

- Ma non val la pena, dice. La forza, l’odio, la storia, tutto. Non è vita questa per degli uomini e delle donne, odio e insulti. E tutti sanno che è precisamente il contrario di quel che è veramente la vita.

- Cosa?  dice Alf.

- L’amore, dice Bloom. Voglio dire il contrario dell’odio (…)

James Joyce, Ulysses

- Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re! – gridò Aragorn – Fra poco vi passeremo in mezzo. Tenete in fila le imbarcazioni, e lontane le une dalle altre! Non abbandonate mai il centro del fiume! -

Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo, trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi. Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antiche le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano state loro date. Su grandi piedistalli immersi nelle acque due grandi re si ergevano: immobili, con gli occhi sgretolati e le sopracciglia piene di crepe, fissavano corrucciati il Nord. La loro mano sinistra era alzata, con il palmo rivolto verso l’esterno, in segno d’ammonimento; nella mano destra reggevano un’ascia; in testa portavano un elmo e una corona corrosi dal tempo: Erano rivestiti ancora di una grande potenza e maestà, silenziosi guardiani di un regno scomparso da epoche immemorabili.

J.R.R. Tolkien, La Compagnia dell’Anello

Kaze rimase immobile, a osservare quel viso stravolto dal dolore che si rilassava pian piano nel sollievo della morte. Poi fece una cosa che non avrebbe mai fatto mentre lei era viva. Le posò una mano su una guancia, sfiorandola delicatamente. Considerata la posizione di lei – sposa del signore di Kaze – quel gesto sarebbe stato impensabile in vita, ma ora che lo spirito aveva abbandonato il corpo, toccarle il viso, come lei aveva toccato il suo, gli sembrava l’unica consolazione possibile, dopo tanto dolore.

Fissò il suo volto, cercando di ricordarlo com’era in tempi più felici, senza quegli occhi cerchiati e incavati e quella mascella tesa. Il viso che cercava di rievocare era gentile e sereno, con una scintilla di buon umore nello sguardo. Il viso che diede alla Kannon, la dea della misericordia, che scolpì per lei.

Dale Furutani, Vendetta al palazzo di giada

Un picchiettare sommesso sui vetri lo fece voltare verso la finestra: aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi neri e argentei che cadevano obliqui contro il lampione. Era giunto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Cadeva ovunque nella buia pianura centrale, sulle nude colline; cadeva soffice sulla palude di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon. Cadeva in ogni canto del cimitero deserto, lassù sulla collina dov’era sepolto Michael Fury. S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancello, sugli spogli roveti. E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e sui morti.

James Joyce, Gente di Dublino

My great miseries in the world have been Heathcliff’s miseries, and I watched and felt each from the beginning; my great thought in living is himself. If all else perished, and he remained, I should still continue to be; and if all else remained, and he were annihilated, the Universe would turn to a mighty stranger. I should not seem a part of it. My love for Linton is like the foliage in the woods. Time will change it, I’m well aware, as winter changes the trees – my love for Heathcliff resembles the eternal rocks beneaths – a source of little visible delight, but necessary, Nelly, I am Heathcliff – he’s always, always in my mind – not as a pleasure, any more than I am a pleasure to myself – but, as my own being.

Emily Brontë, Wuthering Heights

Alcuni bambini giocavano nel giardino accanto e il suono delle loro risa galleggiò attraverso una finestra aperta. Mamma li ascoltò, soprappensiero. – Nessuno crede più in niente – disse alla fine. – Quand’ero piccola, quando stavo in campagna da Mamma Fran, credevamo nelle cose. E sai perché? Perché conoscevamo il buio. So che sembra sciocco, ma è vero. In campagna le notti sono così nere che non si vede a un palmo dal naso. Un buio così fa nascere la fede. Fede in qualcosa. Non necessariamente in Dio. Ma in qualcosa. Oggi, in città, il buio non esiste. E’ terribile pensare che i bambini crescono ignorando cosa sia una notte veramente buia.

Philip Ridley, Fenicotteri in Orbita

D’un tratto fu dovunque. Un suono così vasto e solitario che sentii la terra roteare sotto di me. D’ improvviso, più niente fu sicuro, tutto fu desolazione.

- Che cos’è? – sussurrai.

- Vieni! – esclamò Scellino – Balene! -

Lasciammo la protezione della barca. Il lamento ossessivo crebbe d’intensità, quasi fosse l’oceano stesso a piangere.

- Balene! – ripeté Scellino. – Le ho già sentite, prima. Dio! Ma sentile! – si lasciò cadere sull’erba. – E’ così triste. Come…come se il cielo sanguinasse. – Mi lanciò un’occhiata. – Vedi, Felix, è questo il suono della solitudine.

Philip Ridley, Fenicotteri in Orbita

A volte ci sono delle strane notti.

Notti in cui lo scorrere del tempo subisce dei leggeri sfasamenti o in cui riesco a vedere le cose che mi stanno intorno tutte in una volta sola. Il ticchettio del pendolo che continuo ad ascoltare senza prendere sonno e i raggi della luna che illuminano il soffitto dominano le tenebre, proprio come quando ero piccola.

Eterne sono le notti. E mi sembra che in passato lo fossero ancora di più. Con quel loro lieve odore di chissà che cosa. Talmente leggero da sembrare dolce, quello era l’odore degli addii.

Banana Yoshimoto, Tsugumi

Ci avvicinammo al ponte e, all’improvviso, Yoko disse:

“Guarda quanti fiori là sotto!”.

Sugli argini di cemento alle estremità del ponte c’erano delle piccole strisce di terra su cui, esposta alla dolce brezza notturna, era fiorita una moltitudine di fiori bianchi.

“E’ vero!” esclamai. Bianchi, galleggiavano nell’oscurità. Ogni volta che, flessi dal vento, ondeggiavano tutti insieme, per qualche istante restava un’immagine bianca, proprio come succede nei sogni. Al loro fianco il fiume scorreva mormorando. Illuminato dalla luce della luna, serpeggiava nel buio verso la sua lontana meta, descrivendo una lunghissima scia di scintille.

Banana Yoshimoto, Tsugumi

“Volevo dire…se ci fosse qualcuno responsabile dell’andamento del mondo, Dio o qualcosa del genere, che al momento giusto dicesse ‘Questo è troppo: è assolutamente inaccettabile’, oppure ‘Per quanto riguarda lui va bene così, può bastare’, sarebbe molto bello. Ma qualcuno così non c’è. Peccato, se ci fosse saprebbe porre fine a molte cose. Invece nessuno lo fa. Dobbiamo pensarci noi. Per quante cose terribili possiamo vedere, non ci resta che pensare che tutto può accadere. Stanotte, quante persone tristi credi che ci siano? Ci sono quelle a cui è morta una persona cara e quelle che stanno per morire. Persone tradite e persone uccise. Pensa a quante ce ne sono in questo preciso momento: il mondo è grande. Sarebbe bello se qualcuno mettesse fine a tutto questo. Se il dolore potesse diminuire.”

Banana Yoshimoto, Lucertola

Nessuno è riuscito a sciogliere il mistero degli alberi fioriti. Forse, chissà, si chiama “solitudine” e l’uomo ormai non aveva più motivo di temerla. Lui stesso era solitudine.

Girò lo sguardo all’intorno. In alto, i fiori di ciliegio e al di sotto un vuoto infinito, muto, che invadeva ogni cosa. In un mormorio impercettibile, i fiori cadevano. Ed era tutto. Non esisteva niente altro, nessun mistero. Dopo qualche tempo si accorse di un tenue tepore. Era la tristezza che albergava nel suo petto; e il leggero calore pian piano si espandeva, si gonfiava avvolto dal gelo cristallino del vuoto e dei fiori.

Tentò di scostare dal volto della donna i petali di ciliegio. Quando la sua mano arrivò a sfiorarlo, si accorse che qualcosa di inspiegabile era successo. Sotto le dita c’erano soltanto i fiori, la figura di lei era scomparsa, trasformata in petali di ciliegio. E anche la mano che tentava di spazzare via i fiori, anche il corpo dell’uomo erano scomparsi. Soli, si stendevano all’infinito il vuoto gelido e i petali dei fiori.

Sakaguchi Ango, Sotto la foresta di ciliegi in fiore

Anche Kyoko si sorprese di quanto vasto e ricco potesse essere il mondo dentro il piccolo specchio. Un semplice oggetto da toletta, o addirittura uno specchio per osservarsi da dietro il collo e l’acconciatura, si erano trasformati per un uomo malato in una natura riscoperta, una nuova vita. Lei aveva preso l’ abitudine di sedere sul letto accanto a lui e insieme sbirciavano nello specchio, discorrendo del mondo che vi intravedevano. Alla fine neppure Kyoko riusciva più a distinguere il mondo che vedeva con i propri occhi dal mondo riflesso; e col tempo fu come se i due mondi si separassero e quello che andava nascendo nello specchio divenne per lei il più vero.

“Il cielo dentro lo specchio brilla come l’argento”. Kyoko scrutò fuori dalla finestra “Anche se è grigio, e nuvoloso.”

Il cielo nello specchio non aveva quella pesantezza plumbea. Scintillava davvero.

“Sarà perchè lo lucidi sempre”

Anche il marito, spostando leggermente la testa, riuscì a vedere il cielo dal letto.

“E’ vero, è proprio di un grigio cinereo. Ma il colore del cielo non è forse sempre diverso? Dipende dall’occhio che lo guarda, se di un uomo, o di un cane; oppure di un passero. Non possiamo sapere quale occhio veda davvero la realtà.”

“La realtà dentro lo specchio è vista con gli occhi dello specchio…” E Kyoko avrebbe voluto aggiungere che erano gli occhi del loro amore. Il verde degli alberi dentro lo specchio era più brillante della realtà, il bianco dei gigli più luminoso.

Kawabata Yasunari,  Luna d’acqua

Meiiva aguzzò gli occhi - Vedo un certo numero di persone vestite di metallo, e delle armi – disse, – ma chi sono quelle persone ricoperte di stracci, al centro della nave? -

(…) Un senso di disagio si impadronì di Vanimen.

- Credo di saperlo – disse – sono schiavi.-

- Cosa? – chiese Meeiva, che non aveva mai avuto contatti con il mondo degli uomini.

- Schiavi. Gente prigioniera, venduta o comprata, costretta a lavorare, come le bestie che tu hai visto tirare aratri e carri. Ho sentito descrivere quest’attività da uomini con cui ho parlato (…) -

Alle sue parole, Meeiva sussultò.

- E’ proprio vero? -

-Sì -

- E nonostante questo il Creatore delle stelle preferisce la loro razza a tutte le altre del mondo? -

Poul Anderson L’ultimo canto delle sirene

(…) perché siete così testardo nel seguirmi, monsieur? Non vi capisco.

- Perché siete un miserabile, e il mio dovere è di mettere fine alle vostre imprese – rispose duramente Kane.

Ma neppure lui capiva. Da anni vagava per il mondo, e dovunque andasse si sentiva indotto ad aiutare gli oppressi e lottava contro il male. Non sapeva il perché e non se lo domandava.

Questa era la forza motrice della sua vita. La crudeltà verso gli innocenti accendeva nel suo animo un fuoco ardente, e quando quella fiamma si scatenava lui non aveva pace finché tutti i conti non erano stati pagati. Le poche volte che ci pensava vedeva se stesso come un esecutore della volontà di Dio, l’arma con cui il Signore colpiva il male e mondava le anime degli empi. Questo faceva sì che lui non fosse un puritano nel vero senso della parola, anche se era e si considerava tale.

Robert E. Howard Ombre Rosse

Fece per alzarsi, ma io d’impulso le afferrai la mano e la attirai verso di me. – Mamma, ho paura -

- Ma certo. E’ naturale essere nervosi, il giorno delle nozze -

- Non sono nervosa. Ho paura -.

- Allora devi essere coraggiosa -.

- Ma non lo sono – dissi con voce implorante – Lo sai che non lo sono -

La sentii irrigidirsi. – Non ho intenzione di stare a sentire queste sciocchezze. Sei mia figlia: il coraggio, per te, non è una scelta. Consideralo un dono non restituibile da parte dei tuoi antenati. Magari adesso credi di non volerlo, ma quando avrai la mia età sarai grata di averlo. Se fossi debole e codarda, pensi che ti lasceremmo andare, tuo padre e io? -

John Burnham Schwartz Una ragazza comune

Sogni. In Giappone questa parola porta con sé il sapore dell’illusione. Ammettere d’avere un sogno significa praticamente ammettere che quel sogno é irraggiungibile. Coast to coast in moto, casalinghe che sognano le carovane del deserto. Gente che aspetta. Il Giappone é pervaso da sogni come questi, così come dalle infinite divinità che popolano ogni montagna, ogni scoglio, ogni isola di ogni baia. Divinità che dimorano nelle case, cui vengono innalzati altari e offerte libagioni, tangibili come una nebbia, ineludibili come l’aria. Sogni rimandati a un futuro lontano. I giapponesi hanno il culto dell’autoimmolazione e spesso la prima cosa che sacrificano é il proprio irraggiungibile, intimo sogno segreto. Mi ricordo di aver letto un messaggio scritto a mano sul muro di un tempio, una delle prime frasi in giapponese che sia mai stato in grado di decifrare: Il Giappone é una nazione che va avanti in gran parte a forza di sospiri.

Will Ferguson Autostop con Buddha

In prigione non ci si può proprio concedere il lusso di preoccuparsi, perché non si é in grado di fare niente rispetto a ciò che succede fuori. (…). Pensava a Mark e a come tutto sembrava andargli sempre per il verso giusto – o forse era Mark che faceva sempre la cosa giusta? Pensava a Rory: omosessuale o no, almeno aveva qualcuno che lo amava, Dino, e quella sera probabilmente sarebbero andati al cinema o qualcosa del genere, mentre se fossero rimasti sdraiati sul letto, svegli come lui, al buio, a fissare il soffitto, l’avrebbero fatto per libera scelta. (…)

Oltre a queste cose, che ogni notte popolavano la sua mente, ce n’era anche un’altra. L’ultimo pensiero lo riservava a una donna sola: la vedova Cullen. Lei sarebbe rimasta sola, notte dopo notte, per il resto della sua vita, perché lui si era spinto troppo oltre. Dermot chiuse gli occhi e singhiozzò sottovoce.

Brendan O’Carroll Agnes Browne nonna

Di tanto in tanto Osgar si recava in una delle chiese di Dyflin, in cui era conservato un salterio, non particolarmente raffinato ma con qualche bella miniatura. E i preti locali, sapendolo nipote dell’abate del piccolo monastero sul pendio, gli permettevano di girarne le pagine e guardare per ore le immagini. Aveva atteso a lungo prima di portare Caoilinn a vedere il salterio, pensando che fosse troppo giovane per apprezzarlo. Ma alla fine, quando lei aveva sedici anni, ve l’aveva condotta e aveva con reverenza girato le pagine per lei. Una in particolare, tutta verde e oro, gli pareva splendida.

-Vedi – le aveva spiegato – come risplende? E’ come se si potesse entrare nella pagina. E una volta che ci sei, incontri…-

Per un istante aveva cercato le parole giuste. – …Un grande silenzio.-

Edward Rutherford I Principi d’Irlanda

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